• 12/01/2017

SEMPRE CARO MI FU QUEST’ERMO VINILE

Memorie di un ex commerciante di dischi

SEMPRE CARO MI FU QUEST’ERMO VINILE

1024 576 Elvio Boeri

Lo so, lo so, mi sono preso una licenza poetica nel titolare questo post in cui parlerò un po’ di me e della mia passione per la musica che mi accompagna fin da quand’ero bambino, e che in gioventù mi aveva spinto ad avvicinare quel mondo dal punto di vista commerciale, dapprima lavorando presso un distributore locale, poi come rappresentante per due etichette con repertori distanti tra di loro anni luce: la Durium (POP) e la ECM (Jazz & Avanguardia), e poi…

Visitando  tutti i negozi di Torino con il mio borsone carico di novità a 33 e a 45 giri (l’epoca era quella del glorioso e meraviglioso vinile), un giorno mi capitò di incontrare una simpatica e anziana signora desiderosa di andarsene in pensione. “Sono stanca e ormai apro solo quando me la sento…”, mi disse un giorno, dopodiché, senza troppi preamboli, mi propose di acquistare il suo negozio. Mi presi qualche ora per riflettere e alla fine decisi per il sì per tre ragioni: 1] la richiesta era molto onesta; 2] malgrado gli incassi del negozio fossero catastrofici (in media meno di 30 mila lire al giorno, pari a meno di 15 euro), mi offriva l’opportunità di plasmarlo a mia immagine; 3] per me era un passo naturale.

La vecchia proprietaria trattava prevalentemente musica classica in edizione economica, musica per bambini e qualche 45 giri di successo e ciò che occorreva fare per tirare su le sorti di quell’attività, era radere tutto al suolo (in senso figurato, ovviamente) e costruirsi un’immagine più attuale.

Dischi di Sanremo? No, grazie

Quando subentrai si era appena concluso il Festival di Sanremo, e nonostante l’insistenza dei miei ex colleghi rappresentanti, desiderosi di riempirsi le tasche affollando i miei scaffali con i loro dischi dozzinali, sapevo per certo che non era quella l’impronta che volevo dare al mio negozio, anche perché intorno a me, nel raggio di 200 metri, c’erano altri 3 negozi di dischi, un supermercato con reparto dischi, un negozio di alta fedeltà con reparto dischi e un marocchino che vendeva cassette contraffatte. Mica da ridere! I primi mesi infatti furono durissimi ma si rivelarono molto utili per capire cosa aspettarmi dai residenti in zona, dal genere di passaggio, e per capire anche lo spazio d’azione che avevo a disposizione per tentare di essere io stesso a indirizzare la clientela su un genere piuttosto che su un altro.

Ai tempi, si parla degli anni ’80, non esistevano tutte “le diavolerie” che di sicuro avrebbero reso la mia vita di negoziante in erba meno complicata, come per esempio internet, e l’unico modo per decidere che impronta dare a quel piccolo negozio di periferia, ma non troppo distante dal centro, era quello di raccogliere le idee sulle altre realtà commerciali. Per farlo mi basai sulla conoscenza di ciò che accadeva nella mia città dove, all’epoca, i negozi di dischi erano piuttosto diffusi ma, trattandosi di musica, mi interessava sapere anche quali fossero le tendenze all’estero.

Vediamo cosa succede oltremanica

Essendo amante della musica british (dai Rolling Stones e Bowie in avanti), decisi di fare un viaggetto a Londra per capire cosa stava succedendo da quelle parti. Fu così che a fine luglio chiusi “baracca” e andai a immergermi nella realtà londinese dove trascorsi una ventina di giorni visitando meticolosamente tutti i negozi di dischi, dal più piccolo al più immenso, e buttandomi a capofitto nella vita notturna tra bar e locali dove raccolsi informazioni, idee, materiale, contatti e… tanta, tanta birra.

«La musica è una macchina per sopprimere il tempo.»
- Claude Lévi-Strauss

La mia piccola rivoluzione

Quando tornai diedi inizio alla mia piccola rivoluzione in via Monginevro. Con pochi soldi stravolsi l’arredamento del locale, trasformando un negozio vecchio e spento in un posto coloratissimo dal sapore vagamente vintage, con un tocco di modernità dato da un bancone in vetro e acciaio e da un Commodore 64 che mi serviva par catalogare i titoli in entrata e uscita. Nel frattempo mi procurai parecchio materiale di importazione e cominciai a spargere la voce che in città c’era un nuovo negozio che trattava prevalentemente New Wave perché, ragazzi, era quello il genere che avevo deciso di trattare.

Contattai alcune delle radio più coerenti con il genere che mi interessava, strinsi la cinghia e cominciai a investire in pubblicità e gadgets e fu così che, nel giro di qualche mese, con impegno e tanti sacrifici, il negozio iniziò a dare i suoi bei frutti (occorse più tempo per smaltire la pancia da birra).

Un aspetto che ricordo con enorme piacere è il rapporto che avevo instaurato con la maggior parte dei miei clienti che a volte mi usavano come se fossi un avo di Shazam in carne e ossa, ma che anche quando non acquistavano nulla, passavano a trovarmi per un saluto e per scambiare due chiacchiere.

Era davvero un piacere avere a che fare con loro!

Tutto questo per dire cosa?

  1. Per intraprendere un’attività commerciale occorre passione e competenza;
  2. Occorre trovare il modo di differenziarsi e dare alla propria attività un’impronta personale, specie nel caso in cui si venda qualcosa che in molti altri trattano;
  3. E’ necessario fissare degli obiettivi ma anche dei paletti;
  4. Tenersi costantemente aggiornati su ciò che accade nel proprio settore (ma non solo) è di vitale importanza;
  5. Riservare un budget da investire in pubblicità e, oggi che se ne ha l’opportunità, sfruttare gli strumenti per comunicare anche fuori dal negozio.
  6. Disponibilità e Relazioni! Relazioni! E ancora RELAZIONI!

A questo punto confesso di avere un po’ di nostalgia e giuro che, proiettandomi nel futuro, se ne avessi la possibilità, malgrado i tempi non siano proprio dei più prosperi, e malgrado il commercio nel settore musicale sia radicalmente cambiato, è un percorso che rifarei e che consiglierei di fare perché… il vinile sta inesorabilmente risorgendo e di musica, anche se non è pane, c’è sempre bisogno.

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